Nei due secoli del vice regno, la città, per quanto spremuta, dalle esazioni ordinarie e dai "donativi" straordinari, e per quanto spesso "visitata", come si è detto, da carestie e da epidemie (spaventosa la peste del 1656 che mietè 400.000 vittime), continuò a dilatarsi nella sua pianta urbana. Particolarmente notevole, sotto questo punto di vista, il governo del vicerè don Pedro de Toledo (1532-53), che aprì, fra l'altro, la grande arteria che porta il suo nome, (e che presto si popolò, a monte, con i famosi "quartieri spagnoli"), allargò la cinta delle mura ed energicamente combattè la delinquenza comune. Furono, non può negarsi, due secoli di servaggio. E, come spesso accade nei periodi di servitù, vi fu una rivolta contro la forza bruta; fiorirono però le lettere, le arti, la filosofia. Nel secolo XVII, per esempio, la pittura, creò una vera e propria scuola intorno ad alcuni grandi maestri, nel secolo seguente, altrettanta fama arriderà alla scuola musicale. Nel campo della filosofia e della scienza i napoletani eguagliarono, e talvolta prevennero, i più arditi movimenti del pensiero moderno, fino a conquistarsi la loro più grande gloria nel genio di Giambattista Vico. Infine, nel 1734 Napoli risorse alla dignità di capitale di un regno indipendente. Il suo primo sovrano, Carlo di Borbone, poi Carlo III di Spagna, si rese benemerito, grazie all'avvedutezza del suo ministro Tanucci, per rinnovamenti edilizi, che la fecero una delle più belle e piacevoli metropoli europee, meta di tutto il secolo di pellegrini appassionati, talvolta della statura di Goethe. Il regno del figliuolo, Ferdinando IV, che ebbe inizio nel 1759, fu caratterizzato da una maggiore indipendenza nazionale, con il progressivo distacco dalla Spagna, ma poi, purtroppo, dopo la rivoluzione francese, e per fatale influenza della regina Maria Carolina d'Austria, prese un carattere nettamente reazionario, che, portatolo alla guerra con la Francia, ebbe il suo tragico epilogo nella Repubblica Partenopea del 1799, presto seguita, nel giugno dello stesso anno, dalla riconquista ad opera del cardinale Fabrizio Ruffo e dalla spietata strage dei patrioti. Napoli scrisse allora la pagina più gloriosa e più pietosa della sua storia; ma il sangue delle vittime non fu versato invano, perché servì da esempio e incitamento alle future rivoluzioni. Il ritorno dalla Sicilia di Ferdinando IV ebbe una breve durata, poichè i francesi ripresero il regno nel 1806 ed incoronarono re Giuseppe Bonaparte, che fu sostituito da Gioacchino Murat nel 1808; si ebbe, quindi il "decennio francese" che, pur facendo ancora una volta Napoli satellite di un grande impero, fu fecondo di risultati nel progresso civile, nelle riforme economiche, nelle opere pubbliche, nelle istituzioni cultu rali. Ritornato per la seconda volta nel 1815, e diventato Ferdinando I da IV che era, il Borbone ebbe a vincere la rivoluzione del 1821, certamente prematura e confusionaria, ma che, attingendo ai casi del '99, formava un altro anello di quella tradizione liberale, che, sempre compressa e mai soffocata, darà i suoi frutti nel 1848 e nel 1860. A Ferdinando successe Francesco I (1825-30), a questi seguì Ferdinando II (1830-59) che ebbe un felice inizio di regno, ma si volse poi, dopo la spergiurata costituzione del '48 a una gretta amministrazione su larga base clericale e poliziesca. Durante quegli ultimi anni della monarchia borbonica, Napoli aveva avuto uno sviluppo piuttosto lento dal punto di vista edilizio, sebbene la vita economica si svolgesse con un ritmo regolare e paternalistico; pessime, peraltro, le condizioni culturali, gli uomini migliori nelle galere o in esilio. Toccò al figlio, il mite Francesco II, il triste destino di abbandonare il trono degli avi innanzi alla trionfante rivoluzione nazionale. Egli ebbe il torto principale di non avere saputo gestire e reggere i suoi generali e, come scrisse il Jaeger perse il suo regno “...soltanto grazie ad un’incredibile serie di voltafaccia, di cambiamenti di campo, di vigliacche fughe dei capi militari, di vendita delle proprie navi da parte di comandanti della marina, e ancora di abbandoni dei soldati al loro destino e di inconcepibili dimostrazioni di incompetenza”( Paolo Mieli, “La Stampa”, domenica 9 luglio 2000). Dopo il '60, superati rapidamente gli intralci del cambio di amministrazione, delle stentate cospirazioni borboniche e della piaga del brigantaggio, gli uomini nuovi - i de Sanctis, gli Spaventa, i Settembrini - cooperarono fortemente al risorgere materiale e al rinnovarsi spirituale nel paese. Nel 1860 Napoli perse, a favore dell'Unità d'Italia non solo il suo secolare rango di capitale, ma fu spogliata di tutte le sue ricchezze. La storia la scrive sempre chi vince e così Garibaldi è stato sempre proposto come il grande liberatore, “l’eroe dei due mondi”, nella realtà fu uno degli artefici, in negativo, di quello che poi è diventata Napoli. Dopo l’ingresso in città egli formò subito un suo governo dittatoriale mettendo a capo dello stesso Liborio Romano già ministro di Francesco II, cedette al governo sabaudo la flotta da guerra composta di 100 navi, iniziò lo smembramento del Banco di Napoli e Sicilia in due banche (banco di Napoli e Banca di Sicilia) partecipando con i suoi “mille” al saccheggio ed alla spartizione di parte del capitale. Del resto lo stesso savoiardo Vittorio Emanuele, subito dopo il presunto incontro di Teano, indica chiaramente qual era il personaggio, quando scrisse (in francese) al Cavour : «... come avrete visto, ho liquidato rapidamente la sgradevolissima faccenda Garibaldi, sebbene, siatene certo, questo personaggio non è affatto docile, né così onesto come lo si dipinge e come voi stesso ritenete. Il suo talento militare è molto modesto, come prova l’affare di Capua, e il male immenso che è stato commesso qui, ad esempio l’infame furto di tutto il danaro dell’erario, è da attribuirsi interamente a lui che s’è circondato di canaglie, ne ha eseguito i cattivi consigli e ha ridotto questo infelice paese in una situazione spaventosa".
Purtroppo, da questo momento in avanti la storia della nostra città, non registra più imprese particolarmente gloriose, nè moralmente nè materialmente. Nonostante tutto e tutti, però, a dispetto dei politici, del malaffare, della camorra Napoli resta, comunque quella grande scena, quel mirabile palcoscenico dove lo spettacolo è avvincente e spontaneo, mai monotono. Una grande rappresentazione, ricca di luci, colori, profumi, dove emozioni e verità sono di scena ogni giorno. ...
|