I nostri luoghi, le nostre opere d'arte, hanno una precisa connessione con i fatti ed i personaggi storici che si sono alternati nel corso dei secoli nel dominio e nella reggenza della nostra città. E' quindi indispensabile un breve "excursus" attraverso le millenarie vicende ad esse legate, per tracciare un profilo sia caratteriale, sia urbanistico, sia culturale di questa città e dei suoi abitanti, così mal conosciuta, non sempre ben propagandata fino ad ora. Alla fine del IX secolo a.c. naviganti provenienti da Rodi sbarcarono sull’isolotto di Megaride insediandosi, poi, sulla collina di Pizzofalcone e fondando Partenope; più tardi, nell’VIII secolo, calcidiesi e cumani provenienti dall’isola Eubea fondarono, poco più a nord, Cuma. Lutazio Catulo racconta che la rivalità fra le due città portò, nel 680 a.c., alla distruzione di Partenope, ma a causa di una pestilenza Cuma fu abbandonata e gli abitanti sopravvissuti riedificarono Partenope chiamandola Neapolis. Si ebbero così due città quella vecchia (Palepoli) e quella nuova (Napoli). Napoli divenne, col tempo, un importante porto commerciale per la grecia fino al 326 a.c. quando il console Publilio Filone riuscì a conquistare la città, rendendola colonia romana e stipulando un trattato (il Foedus Neapolitanum) che garantiva, a parole, la libertà napoletana, in realtà la città era sempre più asservita a Roma, che ne fece prima una valente alleata marittima, poi la più bella e ricercata stazione climatica. I Romani erano attirati dalla cultura greca, che sempre li affascinò, e che qui perdurava tenacemente, favorita e quasi umanizzata dai contatti con le popolazioni autoctone meridionali, dallo splendore del paesaggio e dalla mitezza del clima. Questo carattere della - otiosa Neapolis -, come la chiamò Orazio, durò per tutto il tempo in cui fu municipio romano con la - lex Julia -, finchè nelle guerre tra Mario e Silla (82 a.c.) quest'ultimo non la massacrò, proscrivendo quasi tutti i suoi cittadini. Passata la tempesta, la città riprese la sua vita e, divenuta colonia sotto Claudio, continuò a prosperare e a consolidare la sua vita economica, specialmente nei traffici marittimi. Il terremoto del 62 d.C. e l’eruzione del Vesuvio del '79 con la distruzione di Ercolano e Pompei colpirono ancora duramente Partenope, ciò nonostante la fisionomia greca di Napoli persiste ancora nel periodo bizantino, dall'IV all'VIII secolo, quando è sede di un giudice e di un duca, e resiste ai reiterati attacchi dei Longobardi. Intorno all'VIII secolo, si hanno le prime manifestazioni di indipendenza, anche se solamente formali, e, fino al 1139 si svolge la storia gloriosa del ducato autonomo, che attua conquiste sociali, si impregna di cultura occidentale, conquista meritate glorie nelle battaglie navali di Licosa (846) con il duca Sergio, e di Ostia (849) con Cesario Console; sotto il duca Gregorio IV scaccia i saraceni dal Garigliano (915) e, in un susseguirsi di vittorie e sconfitte, Napoli, si consegnò alla potenza normanna già da tempo insediatasi nell'Italia Meridionale, a cui seguì quella sveva. In questo periodo si assicurò il titolo di metropoli degli studi, avendovi Federico II, nel 1224, fondato quella Università che doveva conquistarsi tanta giusta fama. Tramontata, con Manfredi, la potenza sveva, e subentrata con il primo Carlo la dinastia angioina, Napoli divenne la capitale del regno e cominciò a ingrandirsi ed abbellirsi, specie nella zona portuale. In tutto il secolo XIV, principalmente sotto il savio Re Roberto (1309-43), Napoli fu centro di viva cultura, (basti ricordare Boccaccio, Petrarca e Giotto) e si arricchì di edifici e chiese monumentali. Quando nel 1435 morì l'ultima regina durazzesca, Giovanna II, il regno fu conteso da Renato d'Angiò e da Alfonso d'Aragona, finchè, dopo una lunga lotta, l'aragonese riuscì a penetrarvi nel 1441. Iniziò, allora, uno splendido periodo per la storia napoletana; la città divenne bella, elegante, armoniosa e pulita, come si raffigura nella tavola "Strozzi ", grazie al suo re amante delle lettere, delle arti e della magnificenza. Il re spese enormi somme per l’abbellimento di Napoli; fra l’altro rifece Castelnuovo (Maschio Angioino), con l’aggiunta dell’arco di trionfo e della “sala dei baroni”. Sostenne le industrie (in particolare quelle della lana e della seta). Protesse le arti e la sua corte fu ospite degli artisti più celebri dell’epoca. I Napoletani, tuttavia, affezionati agli angioini, non amarono troppo Alfonso I che, fra tanti suoi meriti, aveva avuto il torto di dar troppo mano libera ai Catalani, contro i quali più volte esplose l'avversione, e soprattutto perché abolì il seggio del popolo. Il popolo si legò maggiormente al figlio, Ferrante I, che fu re nazionale nel pieno senso della parola, promosse la vita economica, allargò la cinta urbana e la difese con imponenti mura, di cui ora restano solo alcune tracce. Caduta la monarchia aragonese, e divampata la guerra tra Francia e Spagna, il regno di Napoli - degradato a vice regno - toccò a quest'ultimo, e tale rimase per due secoli (1504-1707). Addirittura prolungato fino al 1734 sotto i vicerè austriaci. Dallo stabilirsi del vicereame spagnolo la città, pur ingrandendosi e aumentando la sua popolazione, talvolta decimata da micidiali epidemie, iniziò un periodo assai lungo di decadenza, per il depauperamento economico, per la rilassatezza dei costumi, della forza morale e di quella dignità civica che le era stata così caratteristica nel passato; pur non mancando mai esempi di fierezza nazionale. Così nel 1547, quando nobiltà e popolo concordi, insorsero fieramente contro il tentativo di introdurre nel regno il tribunale dell'Inquisizione. Così, ancora nel 1647, quando, nonostante la meschinità del duce della rivolta Masaniello - il popolo fece pesare, con efferata violenza, la sua ribellione agli eccessivi aggravi fiscali, e quando, nelle posteriori vicende, si ordinò in repubblica con il duca di Guisa. ____(continua)........
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